Raffiche di vento che piegano gli alberi, onde che raggiungono le case e spazzano via tutto ciò che incontrano, strade che diventano fiumi, barche rovesciate e portate al largo. Sono queste alcune delle impressionanti immagini che circolano sui social network e ci lasciano attoniti nell’analizzare le conseguenze del ciclone Harry, che si è abbattuto martedì 20 gennaio sulle coste dell’Italia meridionale e insulare.
Le piccole isole, lembi di territorio in mezzo al mare, si sono trovate travolte nel fragore delle onde, ma nel silenzio mediatico. Solo i social network hanno avuto una voce più alta di quella di Harry, anche se ora è una litania di dolore, a contare i danni della tempesta. Queste immagini mostrano i danni e la distruzione, che sono solo una parte del problema. L’altra parte, meno spettacolare ma più profonda, è che quando il mare si alza intere comunità insulari restano tagliate fuori.
In queste ore, con quelle che sono tecnicamente chiamate “condizioni meteomarine avverse”, gli abitanti delle piccole isole hanno subito la negazione dell’accessibilità, del movimento e dell’autonomia. La reclusione forzata che avviene per condizioni meteorologiche è un fenomeno esclusivo delle piccole isole e di pochissimi altri territori marginali. E non avviene solo a causa di eventi eccezionali, ma molto più frequentemente di quanto si possa immaginare. Perché? Perché i porti sono inadeguati, ad esempio, o perché le navi sono piccole e vetuste. Basti pensare che molti dei traghetti che collegano le piccole isole italiane alla terraferma, le cosiddette “isole minori”, sono stati costruiti tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80.
La nostra Costituzione riconosce l’insularità; allo stesso tempo i cittadini delle piccole isole chiedono alla Repubblica Italiana di non essere più trattati come cittadini di seconda fascia, di impegnarsi nella progettazione sistemica e a diminuire gli svantaggi. Questo dovrebbe essere il criterio con cui si valutano scelte e investimenti. Invece, troppo spesso, quel principio viene annacquato nella generica “coesione territoriale” e finisce per contare poco quando si decide come organizzare i servizi. Così i disagi che esplodono con il maltempo vengono letti come eccezioni, non come il segno che non stiamo rispettando un diritto di una parte della popolazione.
Anche sui Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) si è fatto un pezzo di strada, ma ci si è concentrati soprattutto su porti e aeroporti, tralasciando la domanda vera delle isole minori, che non è “esiste un’infrastruttura?”, ma “funziona davvero quando serve?”. Accessibilità, in questo senso, significa affidabilità dei collegamenti anche con mare mosso, priorità garantite a scuola, sanità, lavoro e filiere come la pesca. Finché non fissiamo standard minimi su questi aspetti, continueremo ad avere sistemi che funzionano nelle giornate buone e crollano appena il meteo peggiora. E a chi ci risponderà che il ciclone Harry è un caso straordinario di fenomeno meteorologico saremo pronti a rispondere che le reti di connessione insulari si bloccano molto spesso nei mesi invernali.
Le Regioni ogni anno mettono pezze per tenere in piedi collegamenti che dovrebbero essere garantiti con risorse stabili e programmate. Non entriamo nei dettagli di bilancio: basta dire che, quando i traghetti si fermano e gli aerei non decollano, viene a galla tutta la precarietà di un modello a scadenza. Un’infrastruttura di funzionamento economico e sociale così debole non permette di gettare le basi per il ripensamento delle isole pensate solo come il luogo dove passare le vacanze estive.
Se vogliamo cambiare passo, dobbiamo anche cambiare il nostro modo di pensare: non basta avere un porto e una nave; e soprattutto serve un modello diverso nel progettare e contrattare i servizi. Non si può più andare avanti bando per bando: servono piani pluriennali chiari che diano tempo agli operatori di investire e migliorare.
Allo stesso tempo, quando si contano i danni, non possiamo limitarci ai muri scrostati e alle barche sfondate: bisogna misurare anche le conseguenze invisibili dell’isolamento. Se non le misuriamo, significa che diventeremo complici di una normalizzazione.
Le isole sono territori fragili: chi vi abita soffre l’isolamento, ma non tanto quello geografico, quanto quello sociale e politico, soprattutto quando le istituzioni sono distanti e gli aiuti (perché è questo di cui si ha bisogno ora ) tardano ad arrivare. Continuare ad approcciarsi alle isole come fossero un’appendice del continente produce fragilità; progettare partendo dall’isola significa dare attuazione al principio di insularità.
Eppure basterebbe poco per mitigare molti di questi problemi, e non è nemmeno pensare a grandi opere a campate uniche.
Giorgi; Gallia.